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L’arte di vincere (Moneyball) – Bennet Miller, 2011

È possibile ingabbiare il baseball in una griglia di statistiche, equazioni, software che cacciano i giocatori secondo le loro reali prestazioni in campo, mettendo da parte scout esperti e la passione per il gioco e lo spettacolo? Questa è la domanda che sembra non trovare una risposta fino alla fine, riuscendo ad appassionare e tenere alta la tensione per oltre due ore, e che attraversa la vicenda di Brad Pitt / Billy Beane, General Manager degli Oakland Athletics. Squadra che, come lui stesso ammette, è venti metri di merda sotto le squadre povere, ogni anno derubata dei propri talenti dalle grandi potenze economiche del campionato.

Stufo di ascoltare i suoi collaboratori, che non centrano il problema e cercano di sostituire i loro migliori talenti con delle copie imperfette, Billy adotta un metodo che lascia tutti perplessi e che, inizialmente, gli dà torto: si affida a un giovane laureato in economia e appassionato di statistiche che applica al baseball la sua ossessione per i numeri, seguendo pedissequamente un metodo di analisi freddo e razionale. Perché comprare un giocatore osservandone solo la faccia, il prestigio, quando le statistiche e il suo reale rendimento premiano altri sconosciuti, sottovalutati instancabili operai? Non si può competere, su questo piano, con squadre che hanno un budget tre volte o più superiore al proprio, ed ecco che si reclutano ex giocatori, appena guariti da un infortunio; stelle sulla via del tramonto; nomi sottovalutati e relegati sempre in squadre di bassa classifica: si ridà loro un’opportunità che li valorizzi, che premi le qualità che nemmeno loro pensano di avere.

Da uno scouting che più freddo non sarebbe possibile, passando per una sceneggiatura anch’essa calibrata col bilancino, si arriva a riaccendere la fiducia in se stessi che quei giocatori non hanno più, o non hanno mai avuto. C’è poi un motivo che spinge Billy alla sua scelta; un ricordo che riaffiora ogni volta che i risultati non arrivano e i suoi scout, il suo allenatore lo criticano e fanno di testa propria, credendo di avere a che fare con un pazzo o con un incompetente: lo stesso che gli impedisce di assistere dal vivo alle proprie partite ma che sarà la fonte della più grande rivincita della sua carriera, fatta propria dello spettatore che ha tifato tutto il tempo per lui, testardo e un po’ spaccone, ma che non si può fare a meno di sostenere.

Quel briciolo di prevedibilità che accompagna molte storie di questa risma, possiamo affermare con sicurezza, è accantonato dall’epilogo, dalle prestazioni degli attori – è sempre un piacere constatare le capacità mimetiche di Philip Seymour Hoffmann – e dall’adrenalina che, un po’, percorre la nostra linfa mentre guardiamo Moneyball.

Ecco l’articolo originale su Cinema4stelle.

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