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Io, Arlecchino – Bini & Pasotti, 2015

Andremo a rileggerci un po’ di Commedia dell’arte. Nell’eccessiva convenzionalità della narrazione Io, Arlecchino ci lascia, insieme a una serie di aspetti non troppo lusinghieri, si nasconde anche una conseguenza positiva: quel richiamo ai classici che deve occupare la base della nostra educazione narrativa, mentre il brusio del contemporaneo ci accompagna e solo di tanto in tanto è in grado di sconvolgerci.

La prima cosa che ci colpisce è la lista infinita di finanziatori: è un dato di fatto che un film italiano abbia bisogno di recuperare capitali ovunque, per poter raggiungere le sale. Una vittoria per il singolo prodotto, forse, ma una sconfitta certa per un sistema che non è in grado da più decenni di sostentarsi da sé, come in un qualsiasi mercato culturale che riesce ad amalgamare intrattenimento, qualità, leggerezza, profondità. Qualità che spesso coesistevano nello stesso film, come un altro tipo di commedia – quella all’italiana – ci insegna.

La seconda caratteristica che ci accompagna fino alla fine del film, purtroppo, sono i movimenti di macchina: tutti troppo simili, troppo contigui, troppo presenti e quindi assenti. Perché scegliere di enfatizzare tutte le scene o inquadrature allo stesso modo e quindi, inevitabilmente, renderle in maggioranza anonime? Va bene valorizzare, e ripagare del contributo economico, i luoghi peraltro suggestivi e incantevoli della Val Brembana (e non ridete, se vi viene in mente Totò, Peppino e la malafemmina). Ma ci sono momenti in cui un primo piano, un totale, dovrebbero rimanere immobili: quando parla o si muove Roberto Herliztka, bravo e inedito Arlecchino anziano, fuori, ma più giovane dentro di suo figlio Paolo, presentatore televisivo accorso al suo capezzale dopo aver saputo del suo cancro.

Questo ci porta alla terza nota dolente di questo film. Tolta la premessa, quando è ancora troppo presto per giudicare, comincia una carrellata di situazioni sbiadite, che la bravura e la simpatia di alcuni attori (Roberto Herliztka e Lunetta Savino, soprattutto) cercano di mitigare, senza troppo successo. Le ovvietà sul mondo della televisione non si contano: proprio perché quel mondo è davvero superficiale, tutta apparenza e aperitivi (in buona parte) si poteva trovare un modo meno mainstream per raccontarlo. Senza il bisogno di fare di Paolo la vittima sacrificale, prima, e il prevedibile redentore poi, quando – forse – crede di fare un gesto anticonvenzionale ma finisce per rendersi ancora più triste (il limite tra il personaggio e l’attore non è ben chiaro), amplificato dall’obiettivo della telecamera, nella finzione, e della cinepresa nella realtà.

Insomma: il predicozzo non è “carino”, non è opportuno, nonostante la tentazione sia incoercibile. Soprattutto perché siamo in una commedia e nei confini di una maschera, che non ha bisogno di queste maldestre traduzioni per farcela efficace, la predica. Soprattutto perché in questa commedia c’è una tragedia, l’evento più importante di tutto il film: meritava un contorno più ragionato.

La recensione originale la trovi su Cinema4stelle.

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