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Birdman – Alexander Gonzaléz Iñárritu, 2015

Attenzione: le ultime tre righe potrebbero essere considerate spoiler.

Un attore ai box da troppo tempo e rinchiuso in una delle sue maschere, Birdman, consapevole della sua misera condizione e della fragilità dei suoi nervi, cerca di rilanciarsi allestendo un ambizioso spettacolo teatrale di cui è autore, regista e interprete. Raymond Carver, per la precisione: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Ma qualcosa va storto: per un attore umile (umiliante, umiliato) ce n’è un altro così tronfio che sembra recitare anche quando è sobrio. La catena delle complicazioni, che sembra ostacolare ogni messa in scena dello spettacolo, potrebbe però rivelarsi necessaria, maieutica, perché l’attore in questione (Riggan Thomson / Michael Keaton) riesca a liberarsi del personaggio che imprigiona e mortifica il suo ego. O forse no.

Birdman è una lunga illusione di piano sequenza, poiché tempo di proiezione e narrazione non coincidono al 100%. È anche una critica al cinema hollywoodiano, che si nutre di blockbuster mediocri, pieni di “azione” ed esplosioni: la gente si annoia ad ascoltare “dialoghi filosofici del cazzo” e preferisce fuoco, violenza, deliri di onnipotenza. Ma siamo sicuri che “azione” voglia dire solo rumore, casino? Un conflitto interiore non è “azione”? Raccontato come si deve, certo, in modo che si possa evincerlo da quello che succede sullo schermo, dalle interpretazioni degli attori – da elogiare anche solo per il sangue freddo di cui sequenze così lunghe hanno bisogno – e dalle emozioni che trasmettono, necessarie per portare avanti la storia. Che film sarebbe stato Birdman senza i fantasmi di Riggan Thomson (evidentemente gli stessi di Michael Keaton e del suo Batman), cui si aggiungono i problemi con la figlia e con la “compagna”? Cos’è più efficace, un palazzo che esplode o un rapporto precario che si frantuma definitivamente in una manciata di secondi?

Lo stesso sistema che Birdman accusa, però, è anche parte del racconto di Iñárritu: lui lo sa, non lo nasconde, ci marcia un po’ su – ed è normale, anche giusto, per un meta-film. Una storia in cui finto e sincero si confondono continuamente, e proprio il montaggio senza stacchi contribuisce a mescolare le carte senza sosta. Realtà e finzione si mescolano così bene che non c’è più un confine tra il desiderio di uscire dal costume dell’uomo-uccello e le pulsioni autodistruttive di Thomson; di andare oltre la finestra di quel camerino, di quella camera d’ospedale, che non è più un’apertura su quello che si potrebbe essere ma una cornice troppo stretta di quello che si è già stati. Riggan può però essere soddisfatto. Ha un naso nuovo: il naso di Birdman.

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