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Storia di una ladra di libri – Brian Percival , 2014

Storia di una ladra di libri è un titolo fuorviante, perché non è il furto il fulcro della vicenda. Si fatica, anzi, a trovare il nucleo di questa storia: qual è la ragione ultima che spinge la protagonista ad agire? Qual è il suo obiettivo? Ecco perché questo film lascia insoddisfatti: perché manca una chiara direzione di marcia, perché oscilla da una parte all’altra alla ricerca della propria identità, senza trovarla. Eppure le premesse sono buone, e verso la metà della proiezione qualcosa sembra muoversi: Lisel è una bambina, figlia di comunisti, trasferita in una famiglia tedesca costretta a nascondere un ragazzo ebreo nello scantinato. Questo potenziale, però, non è sfruttato a dovere. Solo qualche timida minaccia, le avvisaglie di conseguenze che non si verificano.

Precisiamo: non siamo di fronte a un cattivo film, e si riesce a percepire l’impegnotalvolta didascalico – e la passione che la sceneggiatura vuole trasmettere. Ma non basta, perché non riusciamo a comprendere pienamente i desideri della bambina, pur con il suo entusiasmo e la sua ingenua insofferenza verso le regole che non hanno una spiegazione. Vuole imparare a leggere. Poi? Rubare dei libri? Per il piacere di arricchire la propria cultura e soddisfare la sua curiosità? Per riuscire a comprendere meglio l’animo del suo nuovo coinquilino in fuga? Cosa c’è, in sostanza, che ci mostra come e perché questa bambina persegue il suo obiettivo? Non importa che lo raggiunga, che fallisca o che in cuor suo non sappia nemmeno cosa sta inseguendo: tutte queste opzioni sono valide per la conclusione di una narrazione. Quello che conta è che sia visibile il processo, che ci siano delle tracce che ci permettono di seguire il percorso, intuirlo; o che almeno noi siamo in grado di riconoscerle e raccoglierle a ritroso, se erano nascoste così bene da alimentare la nostra suspense, ma non così irreperibili da farci chiedere: come, dove, perché?

Altre perplessità, aggiunte a questa falla più grave, contribuiscono a compromettere la credibilità del film. Perché, per esempio, la voce narrante è quella – un po’ stucchevole, per com’è usata – di Dio? E perché in Germania, in pieno nazismo, i cittadini tedeschi (interpretati da attori tedeschi, fatta eccezione per Goeffrey Rush ed Emily Watson) parlano tedesco solo con i soldati, preferendo l’inglese nel privato?

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