A proposito di Davis – Joel & Ethan Cohen, 2014

Inside-Llewyn-DavisNiente high-concept o avventure pericolose, che pure si accompagnerebbero bene a un film on the road. Tanto fascino, però, a cominciare dalla prima e dall’ultima scena, che esaltano in primo luogo la fotografia del film: quella luce un po’ soffusa, patinata, che si respira nei locali dove si suona musica dal vivo e che si riflette sul microfono, il punto dove convergono tutti gli occhi dei presenti. E poi, nel resto del film, quella luce si trasforma in qualcosa di più spento, ingrigito, in armonia con lo spirito del protagonista e con l’andamento lento ma cadenzato della storia. Tutto quello che Llewin Davis – personaggio ispirato al cantautore americano Dave Van Ronk . deve fare, infatti, è sopravvivere. Anche se chi fa musica, o si dà all’arte in generale, non «sopravvive», come spiega alla sorella con una punta di involontario disprezzo. Allora, forse, possiamo ammettere che la sua è una forma più alta e dignitosa di sussistenza? Dormire sui divani degli amici, esibirsi davanti a un pubblico che già sai, probabilmente, ti apprezzerà? Stiamo parlando di quel quartiere, il Greenwich Village, che ha cullato tanta Beat Generation, tanto cantautorato statunitense e i primi movimenti di liberazione omosessuale. È sicuramente più divertente che servire lo stato in Marina, almeno finché non sei costretto a trascorrere più tempo sui mezzi di trasporto a rincorrere un gatto, invece che in uno studio di registrazione, perché non hai più un compagno con cui duettare. Perché la tua scommessa solista stenta a decollare, perché la tua vita è così incasinata che hai imparato a non farci troppo caso, a non piangerti addosso e a inseguire l’unico obiettivo che, credi, riusciresti a raggiungere: suonare, e dimenticare per un attimo di essere mortale. Sì, allora: è un bel modo per sopravvivere, anche se nessuno vede più molti soldi nelle canzoni sincere e malinconiche di Davis. Ed è messo in scena in modo consono al tema, alla vicenda raccontata: senza esplicita autoreferenzialità o virtuosismi, senza che la mano dei registi prevalga sul comportamento dei personaggi. Ma soprattutto perché, con tutta la sua cattiva sorte e i suoi difetti, Llewin Davis rappresenta tutto quello che noi vorremmo aver fatto almeno una volta, e pazienza se non siamo capaci di ammetterlo.

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