The Knick #1 – #2

The-KnickAlcune delle immagini promozionali di The Knick possono ricordare Dexter, anche se le due serie non c’entrano poi tanto l’una con l’altra. Si sfiorano, si assomigliano per certi versi: la violenza, qui più esplicita ma giustificata da un altro fine, il sangue che sgorga da ogni fessura e che fluisce liberamente su mani senza guanti, corpi che molto spesso arrivano all’ospedale già morti. Questo, però, non impedisce al portantino dell’ambulanza di incassare la sua percentuale.

La prima cosa che colpisce di questa serie è appunto la virulenza: tutto è esplicito e credibile – anche se dovremmo indagare su cosa e come realmente succedeva in un’ospedale-tipo del primo novecento, ma non stentiamo a credere che le cose stessero davvero come ce le mostrano. Anche i cavalli morti per strada e le condzioni igieniche medie delle famiglie più povere, che forse permettevano ai bambini di crescere sani e forti in mezzo a tutti quei batteri.

Salta subito all’occhio anche la colonna musicale, in apparente contrasto con l’ambientazione storica ma che aggiunge un quid di viscido, precario, e contribuisce a definire i personaggi e il protagonista (Clive Owen alias John Thackery) in modo particolare. La prima cosa che gli vediamo fare, infatti, è iniettarsi nell’alluce un po’ di cocaina. Qualche minuto più avanti lo vedremo, umiliato, pregare l’infermiera di iniettargli una dose nella vena uretrale (tra gli angoli più bui del pavimento pelvico, per intenderci). Immaginate lo stato in cui devono essere tutte le altre vene del suo corpo.

Queste prime due puntate seminano tanto: razzismo utilitaristico, e non tanto (o non solo) fine a se stesso; contraddizioni insite nella figura di un medico audace, inflessibile e sperimentatore sul posto di lavoro e cocainomane, che condivide questo segreto con una timida infermiera, ora legata a lui e alla sua reputazione; un antagonista che si preannuncia forse più sfaccettato del protagonista, quello che tutti sanno essere un ottimo medico e che disprezzano ancor di più perché negro. E potremmo discutere su quanto sia ancora politicamente scorretto usare questo termine, dopo che l’esercito statunitense ha confermato che l’uso di questa parola è lecito e apprezzato dagli stessi soldati neri. Non è un’affermazione di cui vado particolarmente orgoglioso, ma sono quasi d’accordo con Vittorio Feltri, in questo caso. Perdonatemi.

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