Romanzo popolare – Mario Monicelli,1974

romanzo-popolareRomanzo popolare (Monicelli regista e sceneggiatore, 1974) parla di una storia d’amore che finisce deludendo le aspettative di tutti i personaggi coinvolti: una storia realistica in cui Tognazzi spicca anche in un ruolo entro le righe della verisimiglianza. La narrazione inizia con una prolessi, ancora una volta secondo il meccanismo della rimonta spiegato da Age nel suo piccolo manuale-diario di sceneggiatura. Tognazzi è Giulio Basletti, un operaio me­talmeccanico milanese che sposa Vincenzina (Ornella Muti), sua figlioccia di battesimo. Cosi grande quando la rivede dopo diciassette anni, così piccola quando poco tempo dopo la sposa: due motivi ricorrenti del loro romanzo, destinati ad alimentare i loro conflitti e procurare loro le delusioni più grandi. Delusioni che sono punteggiate con un ottimo dosaggio della suspense e sem­pre accompagnate dalla voce narrante di Giulio: fermo immagine e ripetizione della scena gli servono per riflettere sulla sua storia, commentarla e rendere lo spettatore più consapevole di quello che succederà, metterlo sull’attenti e incu­riosirlo, mai mancando d’ironia.

Il sentimento che prevale è però la malinco­nia: è il 1974, e negli oltre quindici anni di attività, la carica goliardica e irrive­rente di Age e Scarpelli – come quella di tutta la Commedia all’italiana – si di­luisce nel rimpianto, come soprattutto i film di Ettore Scola dimostrano. La loro generazione invecchia col genere ed è inevitabile che i loro toni cambino, che riflettano su se stessi e che i loro attacchi al costume e alle istituzioni non siano più così violenti. Sostiene a ragione Monicelli che la commedia ha biso­gno di un bersaglio fisso, ben identificabile. Semplificando, ma centrando il bersaglio più gettonato: la Democrazia Cristiana, in tutte le sue manifestazioni politiche, sociali e culturali. L’aria di cambiamento, anche violento, che ha at­traversato gli anni tra i Sessanta e i Settanta, ha disgregato quel bersaglio, spiazzando anche cineasti e sceneggiatori. Che cosa è dunque necessario per far ridere e riflettere sulla società allo stesso tempo, in un momento storico così caotico? È ancora possibile o legittimo, dopo l’esplosione del terrorismo sia a destra sia a sinistra? Continua Monicelli:

Il terrorismo ha fermato anche il percorso del cinema italiano, che non sapeva più rapportarsi con la realtà per raccontarla, perché poi la gente ha preteso giustamente di uscire dall’incubo e ha voluto soltanto evasione. Che il cinema americano ha prontamente fornito. Da noi il cinema delle storie si è bloccato.[1]

Questo blocco, però, non lascia Romanzo popolare privo di una sua storia sceneggiata a regola d’arte, o senza critiche sociali comunque consapevoli e pungenti. Ne è una prova il litigio tra Giulio e il commesso del cinema, che non vuole far assistere Vincenzina – incinta, per inciso – a un film per adulti, dimostrazione di zelo ideologico e ingenuità o idiozia pratica; ne è una prova la pur timida presenza delle lotte sindacali, pretesto per acuire il conflitto tra Giulio e Giovanni (Michele Placido); ne è ancora una prova il progressismo ostentato a parole da Giulio nei rapporti tra moglie e marito o padre e figlia, subito smentito nei fatti – è un uomo anche lui – quando scopre la debolezza di Vincenzina. Romanzo popolare è tutto quello che annuncia nel titolo: una sto­ria in cui tutti possiamo identificarci senza volerci troppo male, visto il lato comico della faccenda sempre in agguato. Un finale più amaro, però, è difficile trovarlo in un altro film firmato Age-Scarpelli. Quasi crudele, per la miseria realistica cui si riduce Giulio e cui potrebbero essere ridotti molti di noi. Se uscisse in sala oggi, dentro il mare magnum delle commedie frivole senza un’altra industria culturale a fronteggiarle, si sarebbe chiamato Romanzo im­popolare.

[1]Silvio Danese, Anni fuggenti, Bompiani Editore, p. 64.

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