True Detective #1 & #2

true-detective-posterCominciava ieri True Detective, serie che negli Stati Uniti ha prodotto e trasmesso la HBO dal 12 gennaio al 9 marzo e che arriva in Italia con solo nove fisiologici mesi di ritardo. È dalla sua uscita in America che se ne parla, si colgono riferimenti e debiti narrativi e figurativi. Ma che cos’è, esattamente, True Detective? Se dovessimo inquadrarla in un genere di riferimento, questo sarebbe il crime, che però è un ombrello vastissimo e foltissimo di sotto-categorie. Ognuno di noi, allora, gli dia l’etichetta che preferisce, se ne sente il bisogno. La mia è semplicemente quella di noir, solo di poco più specifico: senza bisogno che si parli di “neo-noir”, perché è normale e sottinteso che un genere si evolva nel corso del tempo. Se vuole rinnovarsi e raccogliere ancora pubblico. Procedendo per esclusioni e somiglianze che emergono dai primi due episodi, azzardando qualche confronto, capiremo qualcosa in più.

Rust Cole (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) sono una coppia di detective che inaugura la propria carriera con un omicidio in apparenza rituale: il cadavere di una donna viene ritrovato in mezzo a un campo bruciato. Il corpo è accovacciato nel gesto di pregare, ai piedi di un albero; le mani sono legate e sulla schiena c’è un tatuaggio, una spirale nera. Impiccato al ramo dell’albero c’è un reticolo di rametti, come una piramide giocattolo.

I due detective sembrano una coppia equilibrata, seppure debbano ancora conoscersi e pare proprio che non andranno molto d’accordo. Marty ha una reputazione solida nel distretto ma Rust fa di tutto per incrinarla: intuisce subito che l’assassino è un serial killer, ma sulle prime il collega non è d’accordo; non sopporta quella nebbia di cristianesimo che pervade la comunità e influenza le indagini, causando screzi con i suoi superiori e chi c’è ancora più in alto. Nonostante questi attriti, Marty vuole conoscere meglio il suo collega e lo invita a cena, senza sapere che proprio quel giorno di qualche anno prima era morta sua figlia e che per questo aveva divorziato dalla moglie: un tentativo di socializzazione fallito, visto che Rust si presenta ubriaco all’appuntamento e che la moglie di Marty, Maggie (Michelle Monaghan), in cinque minti riesce a farsi raccontare di lui più di quanto non abbia saputo fare il marito in tanti giorni di servizio.
Mentre proseguono le indagini, i detective interrogano un uomo sulla scomparsa di sua nipote, avvenuta qualche anno prima. In una capanna nel cortile della sua casa, trovano un reticolo troppo simile a quello trovato sulla scena del delitto.

I personaggi, supportati dalle interpretazioni molto convincenti degli attori, sono realmente tridimensionali: il primo episodio serve per introdurli e lo fa con chiarezza. Non sono così originali: c’è un inquietante somiglianza con la coppia di The Bridge, se escludiamo il fatto che l’omologo di Rust sarebbe una donna, Sonya. I due sono discretamente sociopatici e hanno un fantasma che emerge continuamente dal passato: un lutto, prevedibilmente. Il fatto che lo si scopra naturalmente, senza che la sceneggiatura ce lo telefoni, è però un punto di grande merito perché sembra facile, ma non lo è. Un bel colpo, infatti, scoprire che la figlia di Rust è morta proprio il giorno in cui è invitato a cena dal collega, che ha ben due bambine anche lui. Vederlo ubriaco, dopo averlo dipinto come un uomo solo, certo, maniacalmente preciso nel suo lavoro e dotato di un cervello molto più denso di quello dei suoi colleghi. Rust vive in questo mondo per caso: non ha (più) niente da spartirci, e la sua fatica di vivere si riflette nel suo tono di voce, costantemente sotto le righe; nel pallore della fotografia, dei colori così simili a quelli dei cadaveri.
Il quadro si completa nel secondo episodio, quando apprendiamo qualcos’altro sui due protagonisti: il passato da infiltrato per la narcotici di Rust, per cui non è ancora totalmente disintossicato e ha delle visioni à la Paura e disgusto a Las Vegas; il divertissement sessuale di Rust, che convive con le sue figlie e con la sincera preoccupazione per il destino di una prostituta minorenne.

C’è poi da aggiungere la curiosità generata dalla cornice del racconto: l’interrogatorio cui sono sottoposti, separatamente e nel 2012, i due agenti. Entrambi devono riesumare quelle indagini, quel periodo della loro vita, perché l’assassino che avevano catturato ha ucciso ancora. Incrociare più livelli temporali, indicarci vari sentieri senza che se ne veda la fine è sicuramente uno stimolo. Ma c’è qualcos’altro che rende True Detective affascinante. È scontato parlare del debito con Twin Peaks, perché è difficile trovare una serie televisiva di questo genere che non ce l’abbia. Mettendo da parte le analogie, dunque – come la trama orizzontale concentrata sulla Laura Palmer di turno, un investigatore eccentrico benchè molto diverso dall’agente Cooper – c’è una differenza, per fortuna, che evita un confronto impietoso e rende questa storia (per quello che si evince dai primi due episodi) autonoma, godibile anche senza cogliere alcun riferimento: l’ironia. Twin Peaks, infatti, ne era pervasa: la passione di Cooper per il “damn good coffee” o il modo in cui i personaggi sembravano consapevoli di essere, allo stesso tempo, in un crime, in una soap, in un dramedy, in un fantasy; la colonna musicale che evoca allo stesso tempo uno scenario idilliaco e s’incupisce subito, insinuando un fastidioso senso di timore dell’ignoto. True Detective non è così, e non ne ha bisogno: c’è poco spazio per ridere nel suo mondo di conflitti irrisolti, casi aperti e litigi di cui ancora non conosciamo le cause, ed è questo il motivo per cui è noir. Potremmo vederlo in bianco e nero, posterizzarlo come un film con Edward Robinson, e vedere l’effetto che fa.

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