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Noah – Darren Aronofksy, 2014

Non chiediamoci se fosse ridondante girare un altro film su una qualsiasi vicenda biblica: tutti i soggetti sono leciti. Anzi: quanto più è ambizioso il progetto, tanto maggiore sarà la fiducia da concedergli prim’ancora di averlo visto. Possiamo subito dire che Noah se la merita tutta, soprattutto per tre motivi.

Il primo è un cast eccellente – facile, con Russel Crowe, Anthony Hopkins e Jennifer Connelly – in cui ognuno incarna il proprio personaggio con dignità e senza strafare: proprio Russel Crowe è naturalmente predisposto per il ruolo di leader, anche se la sua duttilità non l’ha certo fatto sfigurare in parti come quella di John Nash (A beautiful mind – Ron Howard, 2001), schizofrenico e sociopatico. Ancora una volta al fianco di Jennifer Connelly.

Il secondo, non per importanza, è la potenza della narrazione tra le più longeve e rappresentate della storia, in qualsiasi disciplina artistica. Tutti, volenti o nolenti, conosciamo i passi più celebri della Bibbia, soprattutto quelli dell’Antico Testamento: il più suggestivo perché il più archetipico, violento. La squadra di Aronofsky lo mette in scena alla sua maniera, che a tratti ricorda – in misura ridotta e con un montaggio più veloce, action – le elucubrazioni visive di The Tree of Life (Terrence Malick, 2011) e che riesce a costruire un proprio credibile universo fantasy digitale, a dare una nuova forma ai nostri ricordi sull’argomento magari vecchi di qualche decennio. La gestione della narrazione, che ruota attorno a un solo evento per la maggior parte del tempo – la costruzione dell’arca – riesce a riempire le due ore e venti minuti di proiezione senza pesantezza, nonostante fino al momento del diluvio sia un crescendo di tensione un po’ avaro di soddisfazione per i personaggi.

Il terzo motivo riguarda la dimensione spazio-temporale in cui vivono i personaggi: è quasi astratta, non identificabile, ed è un pregio perché trasmette con più efficacia l’universalità del racconto, delle scelte che i personaggi stessi – e anche noi – dobbiamo compiere. Deserto, foresta, acqua: solo questi gli scenari in cui si svolge l’azione, fatta eccezione per l’antro da cui Matusalemme esce solo per dare il suo contributo alla rinascita del mondo e poi morire serenamente. Benché eroi, creature mitologiche, tutti sono umani: paure, debolezze, contraddizioni che – pare di capire – mettono almeno per un istante in discussione la volontà del Creatore, perché è l’uomo l’ultimo responsabile, faber est suae […] fortunae. E non è forse questo il senso ultimo dei grandi miti, qualunque sia la tradizione culturale alla quale appartengono?

Ecco il testo su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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