Il medico e lo stregone – Mario Monicelli, 1957

medico_e_lo_stregone_marcello_mastroianni_mario_monicelli_010_jpg_rbkmIl medico e lo stregone (Mario Monicelli, 1957), sceneggiato da Age e Scarpelli con Ennio De Concini, Luigi Emmanuele e lo stesso Monicelli, è un film in cui non era facile sfuggire al pressappochismo: è già un merito, considerando – non ci si stan­cherà mai di ripeterlo – che non sono ancora scoccati gli anni Sessanta e che il fulcro del film è lo scontro tra credenza popolare e raziocinio, campagna e città, stregoni (Don Antonio/Vittorio De Sica) e medici (il Dottor France­sco/Marcello Mastroianni), metafora dell’evoluzione sociale, politica ed eco­nomica dell’Italia del boom.

I personaggi principali sono tratteggiati con icasticità ma senza degenerare nella macchietta fine a se stessa. La stessa ignoranza dei paesani, che riveste un ruolo cruciale nella vicenda, è trattata con il giusto rispetto e la dignità che me­rita, pur essendo evidenti i suoi limiti: rappresenta comunque l’immaturità e l’assenza di un’educazione superiore, o spesso elementare, più per la man­canza di possibilità che per negligenza.

Il medico e lo stregone, che si contendono l’attenzione dei compaesani, sono personaggi antitetici e intelligenti, che hanno scelto due modi opposti di rendersi utili alla comunità. L’uno vuole mettere la scienza al servizio delle persone, ma non sa come far breccia dentro di loro: sa solo come vorrebbe che ragionassero; l’altro conosce profondamente il loro animo, invece, e sa come illuderli e accontentarli dando loro quello che vogliono, custodendo ge­losamente i propri segreti per tenerli legati a sé e dipendenti da lui. Sarebbe troppo facile e scontato condannare uno e assolvere l’altro, ed è proprio per questo motivo che gli sceneggiatori contaminano sapientemente le acque in cui navigano entrambi i personaggi. Nello stesso carattere convivono pregi e difetti, furbizie e ingenuità, nobiltà d’animo e scorrettezze: ognuno ha qual­cosa da imparare dall’altro, lezione reciproca che il finale impartisce senza in­vadenza e con eventi icastici, rimonte e un pizzico di malinconia. Se lo stre­gone perde i suoi clienti e capisce che non può più lucrare sulle loro credenze, il medico capisce che la verità è spesso troppo cruda per chi non ci è abituato: va trattata con cautela e con un senso della misura che può sembrare inutile e grottesco a chi ragiona quotidianamente anteponendo la logica e il buon senso alla tradizione popolare. Qualche inganno a fin di bene può essere utile, come lo zucchero sul bicchiere per rendere la medicina meno amara. Protagonista e antagonista avranno entrambi le loro soddisfazioni, nonostante uno dei due esca sconfitto: s’inseriscono senza forzature in una struttura narrativa priva di sbavature ed eccessi folkloristici, che verrebbe da accomunare alle screwball comedy hollywoodiane. Questo non vuol dire che manchi una forte coloritura locale dei personaggi, soprattutto nella parlata vernacolare, come succede sempre nelle commedie all’italiana.

Paolo Ottomano

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