In grazia di Dio – Edoardo Winspeare, 2014

in-grazia-di-dio_coverLa grazia di dio è l’unica cosa che potrebbe alleviare il dolore e incrementare le speranze di una famiglia in crisi. Economica in primo luogo, che acuisce poi i contrasti latenti, esaspera conflitti nati da un’inezia, offuscando i sentimenti profondi e la lucidità dei personaggi. Oltre ad aver perso il lavoro, infatti, Adele ha smarrito anche quella poca fiducia residua e quell’affetto per madre, figlia e sorella, di cui proprio in questo momento avrebbe bisogno. Il suo carattere schivo e burbero nemmeno l’aiuta a farsi benvolere o essere compresa dalla figlia Ina, persa tra la sua voglia di far nulla fuorchè uscire la sera, e dalla sorella Maria Concetta, colpevole solo di nutrire la passione per la recitazione. La sola, in quella casa, che pare non perdere mai il controllo – ma anche lei se lo concederà, alla fine – è Salvatrice, la madre, il cui nome dice già abbastanza sul suo ruolo. È quella che, come ogni madre che ama i suoi figli, cerca di non far scollare i cocci. Un punto di partenza è cominciare una nuova vita lontano dalla città che non può più sfamarle e vicino alla campagna, che invece potrebbe dar loro anche qualche soddisfazione in più della sussistenza. A dio piacendo.

Quella che in gergo si definirebbe una storia low-concept, una narrazione quasi dimessa, senza una trama che preveda a tutti i costi il salvataggio del mondo, è invece una storia che parla proprio di questo. Cosa infatti costituisce il nostro mondo e ci è indispensabile come gli affetti e un’occupazione, che diano un senso e una dignità alle nostre giornate? Winspeare, senza rifuggire qualche risata e qualche necessario momento di distensione, racconta infatti le conseguenze della perdita della dignità e degli sforzi per riconquistarsela, lasciando che ogni personaggio lo faccia a modo suo e facendo notare la sua presenza il meno possibile. Lavorando indefesso la terra o inseguendo caparbiamente un sogno; rendendosi conto che non c’è più tempo da sprecare o viceversa che è arrivato il momento di ricompensare i propri sacrifici, e concedersi una follia. In una lingua a tratti poco comprensibile, soprattutto al di fuori dei primi piani – ecco la necessità dei sottotitoli per tradurre la parlata salentina – che però cerca costantemente spontaneità. Ci riesce a tratti: un po’ di naturalezza in più non avrebbe nociuto al prodotto finale. Che si merita comunque un po’ della grazia di dio, e del pubblico.

Ecco l’articolo su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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