Lo sguardo di Satana. Carrie – Kimberly Peirce, 2014

Carrie-2013-movie-poster-530x765Carrie, sia nella versione di Brian De Palma sia in questa di Kimberly Peirce, è un film diviso tra due temi: il disagio adolescenziale e il fondamentalismo religioso. La vicenda mostra poi come queste due bombe, sempre sul punto di esplodere, possano combinarsi e creare effetti talmente nefasti da oltrepassare le paure delle vittime e le attese dei carnefici, che si scambiano spesso i ruoli.
Sebbene entrambe le pellicole abbiano vari punti di contatto, non sembra opportuno concentrarsi solo sul paragone tra le due. Diremo subito, invece, che Lo sguardo di Satana – Carrie scivola verso il teen-movie e non riesce a diventare un racconto sull’adolescenza, ma quasi esclusivamente per adolescenti. Non è un male in sé, ma è certamente riduttivo. Sebbene anche Peirce indugi sui particolari, spesso con il ralenti caro anche a De Palma, e nonostante cerchi di dare un taglio sottilmente inquietante alla storia, ci riesce pienamente solo quando in scena c’è Julianne Moore, madre di Carrie (Chloe Grace Moretz). La ragazzina, infatti, interpreta il suo ruolo con troppa enfasi – e si tratta comunque di un personaggio sopra le righe: occhi e bocca sgranati ma non troppo credibili o spaventosi (come accadeva invece con Sissy Spacek, Carrie nel 1976), una gestualità un po’ artificiosa. Tutto questo, invece, non succede con Julienne Moore, davvero indemoniata (proprio per il troppo fervore religioso del personaggio), dal trucco allo sguardo a quel canticchiare mentre cuce un vestito, e fomenta il suo rancore e la sua paura verso il mondo esterno, pieno di peccatori. L’eccessiva apprensione di una madre si trasforma quindi in istinto omicida. La forza della storia di Carrie, a prescindere dagli esiti non eccellenti di quest’ultima trasposizione cinematografica, è che la madre ha ragione, agli occhi di Carrie. È stata maledetta e oltraggiata dalla figlia, che si è concessa una vendetta anche troppo clemente, ma l’ha comunque spuntata dimostrandole di averci visto giusto. Peccato che una narrazione affascinante, seppure a tratti stilizzata, sia stata depotenziata da un’attenzione registica più mirata all’estetica che non al lavoro profondo sull’attrice e sul personaggio della protagonista.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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