Su re – Giovanni Columbu, 2013

su-reIn un luogo e in un tempo all’apparenza indefinibili, Gesù viene crocifisso dall’istituzione religiosa, che lo crede un bestemmiatore; deriso da gran parte della gente che assiste alla sua esecuzione; compianto dalla madre e dagli apostoli, impotenti di fronte a ciò che sta succedendo. Uno tra i modi possibili per interpretare Su re è la solitudine in cui si trova proiettato quell’uomo che solo dopo il suo calvario sarà universalmente riconosciuto come Cristo. È solo nella preghiera e nella lotta alla tentazione; è solo durante l’ultima cena quando tutti gli chiedono chi lo tradirà. È solo sulla croce, quando non può salvarsi la vita e dimostrare ai fedeli che è davvero lui il figlio di Dio, perché così facendo distruggerebbe proprio la loro fede. Le scelte del regista permettono a questa vicenda disgraziata di emergere con una forza icastica dirompente: i volti degli attori – non professionisti – spesso parlano anche quando sono in silenzio, cioè per buona parte del tempo. Sono lineamenti grossolani al servizio della narrazione più rappresentata nella Storia, trasposta in terra sarda e sottotitolata in italiano per conservarne l’autenticità; caratteristica che investe anche lo stesso protagonista, cercato come le parole di Isaia lo descrivevano: tutt’altro che un divo.

Sebbene sia un racconto di cui tutti conosciamo la fine, e forse anche tutte le fasi che la precedono, il film trasmette molta tensione soprattutto per il modo in cui sono disposti i segmenti narrativi. L’apertura è riservata alla crocifissione, da cui si torna indietro affrontando i momenti principali dell’ultimo giorno mortale di Gesù, in un ordine non fedelmente cronologico ma con molta attenzione all’evoluzione drammaturgica dell’intreccio. Niente spettacolarizzazione estetica o emotiva, dunque, per il dramma probabilmente più rappresentato – e non solo nell’arte narrativa –, per il libro più venduto della Storia. Un modus operandi che lascia trasparire grande sicurezza nel trattare una materia così fragile, potenzialmente facile da corrompere o da trasformare in una sequela di ovvietà; una storia high-concept prestata a una messa in scena scarna, che bada all’essenza dei gesti e quindi fortemente espressiva. Lodevole.

Paolo Ottomano

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