Blue Jasmine – Woody Allen, 2013

Cate Blanchett in Woody Allen's Blue JasmineDispiace dover dedicare ancora troppa attenzione al doppiaggio, ma è necessario: Blue Jasmine è infatti un film dove molto si gioca sulla recitazione, sui dialoghi di personaggi logorroici, il cui portato di comicità si discioglie inevitabilmente nella traduzione. Sebbene contino anche l’uso del proprio corpo e delle espressioni facciali, ascoltare gli attori in lingua originale attribuisce alla storia un realismo maggiore e giova alla sospensione dell’incredulità. Esigenza ancora più urgente di fronte a un’opera di Woody Allen, dove lo sviluppo narrativo è spesso bloccato su binari molto corti dove i personaggi avanzano e retrocedono di continuo, cercando di sfuggire alle proprie manie o di dominarle. Ossessioni e insicurezze che dominano anche questa storia e conducono in alto e in basso l’umore della protagonista, Jasmine, e dei personaggi che le ruotano attorno: la sorella Ginger, il suo compagno Chili e l’uomo con cui la stessa Jasmine cerca di rifarsi una vita, Dwight.

Tutto comincia quando Jasmine, in crisi familiare ed economica, chiede ospitalità alla sorella: la prima ricca e snob, la seconda più umile e alla mano. Non sono legate da una parentela di sangue ma la sfortuna con gli uomini (e anche una certa miopia nelle scelte) le accomuna. Costringere nello stesso appartamento questi due tipi umani agli antipodi, dunque, è sufficiente per trascinarli al climax della sopportazione e necessario per suscitare il riso, mentre in flashback si evolve parallelo l’antefatto. Riso comunque smorzato, eccezion fatta per qualche episodio più divertente della media del film, sia dall’assenza delle voci originali (come detto) che dalla lentezza con cui si svolge l’intreccio. Sappiamo bene che non è lecito chiedere a Woody Allen una trama avvincente prima di tutto, perchè la sua forza è l’umorismo freddo e pungente, in cui basta il controcampo di un interolocutore spaesato per rendere ridicolo il personaggio che gli sta parlando. Blue Jasmine non manca di questi momenti, ma la loro verve non sembra paragonabile ad altri momenti del cinema di Allen. Sembrano troppi e troppo lunghi, talvolta, sebbene l’impianto complessivo della vicenda non manchi d’ironia e di una sana cattiveria: la protagonista rivive infatti sulla propria pelle ciò che gli altri hanno subito per causa sua, e il contrappasso la condanna nella sua stessa condizione iniziale. L’esaurimento nervoso.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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