I sotterranei – Jack Kerouac, 1958

o-JACK-KEROUAC-facebookNon è possibile leggere I Sotterranei in più di due ore: bisogna rincorrere le parole fino a trovare un punto fermo e non è giusto interrompere la lettura prima della fine del primo capitolo, una settantina di pagine. Se possibile, è ancora più coinvolgente di Sulla Strada per il solo fatto che è più breve e concentrato e sai di poterlo finire in un pomeriggio, nemmeno, e tirare il fiato solo dopo l’ultima pagina.
Della scrittura di Kerouac è stato detto che è come il jazz, segue lo stesso ritmo sghembo e frenetico di cui solo l’autore, o una mente affine alla sua, può cogliere la coerenza interna – perché è difficile trovare una coerenza esterna, a prima vista. È difficile trovare una coerenza esterna ai sentimenti e alle libere associazioni che partono dalla mente quando parli con qualcuno e salti da un argomento all’altro, quando t’innamori di una persona e cominci a fantasticare della tua vita con lei o ricordi i bei momenti passati insieme, quando ormai sono finiti, e chiedi a te stesso se è andata così soltanto perché lei era una negra e tu un bianco un po’ mammone. 150 pagine, 2 capitoli e una decina di periodi, forse, per esprimere l’ansia di vivere e ricordare – fissare sulla carta – quello che si è passato per paura che svanisca, e con esso una parte della propria identità. Non è facile leggere un romanzo del genere, non dev’essere facile nemmeno scriverlo, paradossalmente, ma la fatica che si impiega è ripagata dal risultato finale, che quasi fa rimpiangere a chi legge di non aver scritto, e soprattutto non aver vissuto, un’esperienza simile: se non l’ha vissuta, certo.

Paolo Ottomano

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