I duellanti – Ridley Scott, 1977

i duellantiNessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. Vorremmo prenderlo a schiaffi anche noi, per porre fine alla sua assurda pretesa, e parteggiamo per il suo avversario e protagonista come raramente capita, senza stancarci degli innumerevoli scontri tra i due soldati. Succede perchè Féraud è un cattivo ed è temerario, senza nessuna apparente debolezza, senza nessuna venatura di bontà o tenerezza; non pare consapevole del pericolo che corre, accarezzando la morte così spesso. Però è un cattivo solido, all’altezza della sua controparte buona ma coraggiosa: conscia quindi del rischio cui deve sottoporsi, ancora e ancora, senza sentimentalismi. È un cattivo che, proprio nel momento della resa dei conti, mostra che la sua vulnerabilità cresceva di pari passo con la sua rabbia, e che la tracotanza non paga. E quale destino peggiore può regalare, se non quello di una vita senza più onore?

Paolo Ottomano

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