Diana – Oliver Hirschbiegel, 2013

Locandina DianaLady Diana meritava un film migliore per essere ricordata in un modo più romanzato, romantico, e più avanti spiegheremo nel dettaglio dove si poteva scriverlo con più accuratezza, ma questo non giustifica le risate di scherno che in un paio di occasioni hanno squarciato il silenzio della sala durante l’anteprima per la stampa. Se osservato globalmente con un minimo di consapevolezza critica e onestà intellettuale, Diana è un film onesto, seppure superficiale, con qualche clichè di troppo. Ma tutti gli errori, che sono soprattutto nella sceneggiatura, non sembrano commessi in malafede o per frettolosità: meritano sì delle critiche e anche severe, ma comunque rispettose del lavoro altrui.

L’assunto della storia è questo: dopo la separazione da Carlo, Diana è una donna sola e infelice, alla ricerca determinata e ingenua allo stesso tempo di un motivo per essere felice. La grandezza del palazzo in cui vive non fa che acuire le sue malinconie, la lontananza da una famiglia che non l’ha mai accettata davvero. Combattuta tra la voglia di realizzare i suoi desideri umanitari e il non sapere come farlo, Diana finisce per innamorarsi di un cardiochirurgo Pakistano, Hasnat: l’amore è ricambiato, ma gli ostacoli più grandi sono la riservatezza del medico e le sue origini sociali e religiose, che non gli consentono di lasciarsi andare mai completamente e di accettare tutte le attenzioni, spesso ingombranti, che la principessa gli riserva.

Sceneggiatore e produttore del film avevano affermato che un regista non inglese sarebbe stato più libero dai pregiudizi e dalle pressioni derivate dal pubblico, dal suo paese, considerato il personaggio che si racconta. È solo una domanda oziosa, questa, ma un regista inglese sarebbe riuscito a raccontare Diana con più profondità, restituendo la sua grazia e la sua leggerezza senza sfociare nella superficialità, magari modificando la sceneggiatura? In realtà, inglese o no, chi ha lavorato al film in tutte le sue fasi avrebbe dovuto accorgersi che le sue intenzioni non sono arrivate sullo schermo e probabilmente non arriveranno a una certa parte del pubblico: si tratta di una comune storia d’amore contrastato, in cui lei ricca e famosa cerca la felicità nelle solite piccole cose – imparare a cucinare in una sera, nascondere la propria identità, giocare a nascondino, fare qualche capriccio – che avrebbero una propria dignità, ma non rappresentate con scarsa lungimiranza, in modo da far apparire la principessa come una ragazzina simpatica, ingenua, ma viziatella. Naomi Watts, che aveva dichiarato di non voler fare la caricatura di Lady Diana, la fa in troppi momenti e non solo per colpa sua, come detto. Dispiace che un altro pezzo di Storia sia stato trasposto senza troppa grazia e determinazione, come invece era successo con The Iron Lady (Phyllida Lloyd, 2012): più icastico, più memorabile.

Ecco la recensione su Cinema4stelle.

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