La grande bellezza – Paolo Sorrentino, 2012

la-grande-bellezza-la-locandina-del-film-272266La grande bellezza che cerca Jep Gambardella, e presumibilmente anche Paolo Sorrentino, è quella di una storia che si concluda come l’autore se l’è immaginata per troppo tempo, girando a vuoto senza mai trovare l’anello mancante. Jep, a suo modo, ci riesce. E Sorrentino?

Non è facile rispondere a questa domanda perché La grande bellezza è pieno di qualche pregio e di tanti elementi contraddittori. Si parte dal presupposto che Jep (Toni Servillo) sia uno scrittore in perenne vacanza, autore di un solo romanzetto in giovinezza e appena diventato sessantacinquenne, senza la voglia e il tempo di rimettersi a scrivere. Si continua inscenando molte situazioni, a volte efficaci e altre annacquate, che raccontano la sua vita mondana, consapevolmente sprecata e vuota, come se i personaggi si guardassero allo specchio e dedicassero a se stessi o ai propri amici– solo i più sfacciati – The hollow men, mutatis mutandis e abbassata moltissimo la gravità morale del contesto. Jep salta da una festa all’altra, nella sua casa di fronte al Colosseo, finché non incontra Ramona (Sabrina Ferilli), un’altra delle parentesi aperte e non ancora chiuse della sua vita. Ma solo una delle vicende parallele raccontate sembra saper riportare a un livello cosciente ed esplicito il suo bisogno di scrivere, che lo faccia passare da un desiderio accantonato a un impegno attivo: lasciamo allo spettatore il piacere di questa scoperta. Tutto cucinato in un ritmo in cui è fin troppo facile riconoscere Paolo Sorrentino: compassato, accompagnato dalla morbidezza e dalla mobilità della macchina da presa e da dialoghi che rivelano i caratteri dei personaggi, ma che rasentano troppe volte il banale e il fastidioso. Ecco perché non facciamo in tempo a godere pienamente dei pregi: perché vengono subito attenuati da un insieme di piccoli difetti. Si fa ironia sullo sfarzo e il buco morale di tanti ricchi annoiati, ma lo si ostenta più di quanto sia necessario, ed è proprio questo il motivo per cui a volte manca la credibilità necessaria per appassionarsi. Evocativo ed efficace ma tristissimo nel contempo è il momento in cui quello che resta di Serena Grandi svetta sulla folla, per augurare buon compleanno a Jep: certamente indicatore dell’ambiente in cui ci si muove ma a tratti irritante perché gli si dedica troppa attenzione.

Fanno capolino tra questi scivoloni alcuni momenti divertenti, in molti dei quali il merito è di Carlo Verdone e – questa è la notizia – anche di Servillo, non così ingessato nel pressoché unico personaggio che attraversa vari suoi film. Gradevole anche la vena irriverente ma in fondo ottimista che conduce tutti i personaggi alla conclusione, chiudendo i filoni narrativi aperti in precedenza e permettendo la conquista per ciascuno, a suo modo, della sua grande bellezza. Quella di Sorrentino, però, non è così grande. 

Questa recensione c’è anche su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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