Effetti collaterali – Steven Soderbergh, 2013

effetti_collateraliOperazione commerciale non troppo felice negli Stati Uniti, Effetti collaterali (Side Effects) è tuttavia un buon film: una sceneggiatura solida che rivela la sua forza soprattutto nel finale intercambiabile – nel senso che il twist degli ultimi minuti cambia decisamente il senso di alcuni eventi, ma anche senza tale rivelazione la storia avrebbe conservato un senso compiuto.

Se è vero che la morte corre sul fiume, in questo caso possiamo affermare che passeggia sul confine non sempre visibile tra pazzia e sanità mentale, così sottile che anche chi è del mestiere fatica a dominare la materia. Questi è lo psichiatra Johnathan Banks (Jude Law), un passato apparentemente poco limpido e una tranquilla vita familiare che lo attende. Per arrotondare sul suo stipendio, accetta di sperimentare un nuovo prodotto che una casa farmaceutica gli commissiona. Le complicazioni cominciano quando Johnathan incontra Emily (Rooney Mara), una ragazza depressa che ha già tentato il suicidio, ma che vuole trovare una soluzione migliore al suo male. Emily, infatti, è caduta in depressione non appena il suo fidanzato Martin (Channing Tatum) viene arrestato per insider trading, e non basta il suo rilascio per migliorare il suo umore. È proprio da quel momento, e dal giorno in cui il dottor Banks le prescrive delle pillole, che Emily perde gradualmente il controllo di se stessa. Soderbergh è bravo a creare un’atmosfera tesa ma non insostenibile e a gestire uno stile visivo virato al grigio, pieno di colori poco saturi: metafora di un mondo in cui entrambi i personaggi principali sono impegnati nella ricerca della verità, battendo anche strade poco lecite, senza riuscire mai ad arrivare in fondo. C’è comunque da dire che il percorso narrativo, sebbene sia credibile, sceneggiato con i tempi giusti e le prove degli attori siano molto convincenti, si avvicina spesso al prevedibile: un percorso lineare dell’eroe ferito, che galleggia a fatica nelle avversità e in alcune situazioni fin troppo collaudate, ma che non molla mai, pur ritrovandosi solo. È pur vero, allo stesso modo, che gli archetipi narrativi che funzionano bene si possono ricondurre quasi tutti alle stesse matrici: quelle che ci spingono a guardare film da più di cent’anni.

Quest’articolo c’è anche su Cinema4stelle.

Paolo Ottomano

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