Bound for glory (Questa terra è la mia terra) – Woody Guthrie

bound for gloryWoody Guthrie è l’America di cui tanti hanno scritto, quella dei vagabondi che la girano tutta in cerca di un lavoro, di un tozzo di pane, di un po’ di buona compagnia e di qualcosa da ricordare e raccontare ai propri figli, se mai riusciranno ad averne: lui l’ha fotografata prima degli altri. È il precursore di tutti i cantautori folk americani e anche della beat generation, dei viaggi senza fine attraverso gli States, della libertà di avere tutto un paese a propria disposizione e, allo stesso tempo, del doversi inventare qualsiasi cosa per mangiare, almeno una volta al giorno.

La gioia di vivere e un orgoglio delle proprie origini sono così radicati in lui e impressi con una tale forza nel suo romanzo che, a leggerlo, viene voglia di mollare tutto e partire per un viaggio senza meta, accompagnati solo dalla propria chitarra e tanta curiosità. Prima di arrivare a tutto questo, però, molto spazio è dedicato all’infanzia di Woody. Come nei ricordi delle persone, in cui proprio l’infanzia appare come un tempo sterminato, vago, spesso felice e sicuramente più lungo di quello che è stato in realtà, Woody bambino occupa più della metà del romanzo e giustifica l’attaccamento che chiunque abbia vissuto un’esperienza come la sua conserva per i propri natali. Woody è un bambino curioso e costretto ad affrontare una situazione familiare difficile: il padre non riesce a trovare un lavoro stabile e necessario a sfamarli; deve poi superare la morte della sorella in un incendio e fronteggiare la crudeltà, infantile, degli altri bambini del paese, che lo prendono in giro per la malattia della madre.
Non bastano i continui spostamenti per trovare un po’ di serenità. Furore, di John Steinbeck, prende a piene mani dai racconti di Guthrie, soprattutto quando descrive gli accampamenti della gente che cerca lavoro vicino ai pozzi di petrolio o in qualunque altro posto: troppa gente per quello che c’è da fare e nessuno vuole andar via. Lo spirito di Guthrie, però, è più positivo e scanzonato, convinto che una soluzione positiva possa esserci comunque.

Sopportare una successione di disgrazie come quelle che l’hanno colpito e non darsi per vinti; barcamenarsi per lavorare e sopravvivere; andare in giro con la propria chitarra, che lui chiamava il suo “buono pasto”, e nient’altro; cantare canzoni di protesta e di speranza sul tetto di un treno con la pioggia che sferza il volto e impregna la chitarra non è il sogno di chiunque. Leggerlo e immaginarselo, però, ha tutto un altro effetto.

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