Sabrina – Billy Wilder, 1954

sabrina_locandinaC’è un motivo se Sabrina è tra le commedie romantiche e sofisticate più celebri, non troppo sdolcinate e cui si fa più spesso riferimento per inquadrare il genere. C’è lo zampino di Billy Wilder, eclettico emigrante austriaco e pioniere di un certo cinema americano che pochi registi, così integrati e prolifici nella macchina-Hollywood, hanno saputo condire con uno sguardo anche personale e non solo facilmente commerciabile.

Sabrina è la figlia dell’autista di una ricca e potente famiglia, i Larrabee. Sin da piccola è innamorata di uno dei due rampolli, il più piccolo: David. Non potendo sopportare di essere sempre ignorata, dopo tanti e tanti anni di vicinato, decide di uccidersi nel garage della famiglia, accendendo i motori di tutte le auto parcheggiate e respirando a pieni polmoni i gas di scarico. Tra lo sbuffo di un tubo intasato e un colpo di tosse, il maggiore dei rampolli Larrabee – Linus – si accorge di tutto, apre il garage e tira fuori Sabrina, che decide più saggiamente di volare a Parigi per un corso di cucina. Come aveva promesso a suo padre d’altra parte, nella speranza di alleviare le sue pene d’amore. Ma chi, se non David, poteva riportarla a casa al suo ritorno senza nemmeno riconoscerla, tanto Sabrina è cambiata e tanto sembra una donna della sua stessa classe sociale e raffinatezza? E chi, se non Linus, poteva usare la sua astuzia ed esperienza nel mondo degli affari per scongiurare l’ennesimo colpo di testa del fratello farfallone, cercando di salvaguardare gli interessi economici della famiglia Larrabee? Ecco che si fanno strada equivoci, doppi giochi e opportunismo, intrecciati così saggiamente che non sempre si scorgono i confini dell’uno o dell’altro: merito di una sceneggiatura precisa, che persegue fedelmente il suo scopo seminando qua e là indizi che, puntualmente, si trasformano in rivelazioni non sempre scontate. La cucina, l’amore per Parigi, il ballo cheek-to-cheek, le scaramucce tra fratelli: ogni cosa al suo posto, e un posto per ogni cosa.

Quella che sembrava una favola dolce, introdotta da una voce narrante ironica e abile nell’offrire un’introduzione chiara ed essenziale, si trasforma lentamente in una singolar tenzone, un conflitto tra fratelli, un ibrido (che oggi assomiglierebbe a un dramedy, che termine orribile) in bilico fino alla fine. Si evolvono i personaggi e si parteggia per ciascuno di loro, a turno; cambiano gli ambienti e l’illuminazione di uno stesso luogo a seconda dei loro umori; si gioca con la musica diegetica e di commento passando dall’uno all’altro livello assecondando le circostanze – e indovinandoci sempre. Sabrina: è tutta questione di polso. Wilder ce l’ha.

Questa recensione è presente anche su Mymovies.

Paolo Ottomano

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