Django Unchained – Quentin Tarantino, 2012

Django_Unchained_PosterSono passati tre anni ormai dal tanto acclamato Bastardi senza gloria. Loro, i bastardi, di gloria non ne hanno di certo avuta, ma il regista che li ha diretti invece ne ha avuta parecchia e del tutto meritata. Tarantino con la trilogia pulp ha fatto furore nei primi anni ‘90, divenendo icona incontrastata del cinema underground, nel quale poi si è identificata un’intera generazione. Violenza è la prima parola che viene in mente pensando al suo operato, anche se è riduttivo ridimensionare il contenuto nella forma del termine, che con Tarantino ha assunto una valenza del tutto diversa: si parla di violenza à la Tarantino, ormai, che ha tutto un altro sapore. Riuscire nell’impresa è cosa da pochi, un po’ come creare un neologismo e fare in modo che attecchisca perfettamente alle esigenze della società che sta cambiando. In poche parole e senza girarci intorno più di tanto, Tarantino ha creato un cinema dallo stile unico e irripetibile, un linguaggio visionario che fino a quel momento non si era mai visto: non di questa portata, almeno. Con i film che si porta dietro ha dimostrato più volte quanto la definizione di genere possa amalgamarsi con semplicità a quella di cinema d’autore e creare un genere nuovo e definibile solo quando si guarda quell’opera. Se dovessi dire che Django Unchained, la nuova fatica tarantiniana, è un western sarei fin troppo riduttiva, quindi non lo faccio. La storia, scritta dallo stesso regista, è ambientata da qualche parte nel Texas a metà dell’800. Narra le vicende di Django (Jamie Foxx), uno schiavo nero che inaspettatamente viene comprato dal dottor King Schultz (Christoph Waltz), un’improbabile dentista tedesco che alla fine si scoprirà essere un cacciatore di taglie. All’inizio è ingaggiato dal buon vecchio dottore solo per dare un volto ai tre fuorilegge ricercati, che lui conosceva bene perchè era stato torturato proprio da loro. Ad ammazzare qua e là (a quelle cifre, poi!) si prende il vizio, e dopo aver imparato l’arte della caccia all’uomo il nostro schiavo ha sete di vendetta: insieme al socio d’affari Schultz si metterà alla ricerca dell’amata moglie Broomhilda, che si scoprirà prigioniera nella maestosa dimora dell’affarista, bianco e razzista, Calvin Candie (Leonardo Di Caprio). A muovere la vicenda è la sete di rivalsa inesauribile che il nostro eroe porta con sé, da schiavo maltrattato a nero discriminato; è tutta un’escalation verso la sublimazione, dove la vendetta trova finalmente la sua dimora e dove, in conclusione (dopo averne passate di tutti i colori), spezza del tutto le catene allegoriche che ancora lo tenevano legato al pensiero dei bianchi. Quello di essere uno schiavo.

Al cinema di Tarantino non ci si abitua mai, c’è poco da fare. Anche quando pensi che abbia detto o sperimentato tutto, lui cambia salse o mescola gli stessi ingredienti in modo diverso, e il risultato è sempre geniale. Per non parlare della sceneggiatura, articolata in modo talmente perfetto (totale assenza di incongruenze o imperfezioni) che tiene incollati allo schermo per l’intera durata del film (3 ore) e anche oltre: alla fine andarsene dal cinema sembra quasi un oltraggio e lo si fa con fatica.
Sembra quasi audace a dirsi, ma è davvero tutto perfetto: dagli attori alla fotografia, dai costumi alla musica, passando per la regia. Django è un film che parla da sé, o meglio, che non si riesce a descrivere. Le parole non reggono in confronto all’immagine.

Quentin Tarantino, però, questa volta non ha fatto tutto da solo. Dietro c’è lo zampino di Sergio Corbucci. Il regista pulp è da sempre estimatore di quel genere prettamente italiano che negli anni sessanta e settanta ha fatto faville: lo spaghetti-western. I film di Sergio Leone, per intenderci, che in collaborazione con Ennio Morricone segnò un sodalizio importante che durò diversi anni (non a caso in Django Unchained c’è un brano orchestrato dal grande maestro italiano).
Sergio Corbucci nel ’66 ha diretto un altro Django, che però di Nero aveva solo il cognome dell’interprete Franco, impegnato tra l’altro in un cameo (e passa metaforicamente il testimone) nel film di Tarantino.
Il punto di contatto della trama dei due Django essenzialmente è solo uno: la vendetta, che si fa vettore della vicenda.
Il ‘regista dj quindi ci aggiunge del sano umorismo, azione a non finire, un pizzico di dramma per creare il giusto pathos e un po’ di sangue buttato qua e là, che non guasta mai, e dona un tocco splutter al film perché fa scena e perché fa Tarantino. Per finire ci butta dentro tanta immaginazione e cuoce il tutto a fuoco lento. Capite bene che il risultato non delude le aspettative.

Questo articolo è già stato scritto per Il Cittadino di Tivoli e della valle dell’Aniene

Federica Rinaldi

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