La bottega dei suicidi – Patrice Leconte, 2012

Una simpatica coppia di venditori... di morte!
Una simpatica coppia di venditori… di morte!

Mishima e Lucrece Tuvache gestiscono una bottega, l’unica che in piena crisi continua a fare affari: la bottega dei suicidi. Vendono ogni genere di gingillo che un aspirante suicida, appunto, vorrebbe avere a portata di mano. Cappi, veleni, katane, pistole, ognuno per soddisfare le richieste dei futuri cadaveri. Il loro motto è “trapassati o rimborsati”, motivo per il quale i loro due figli Marilyn e Vincent seguono i clienti fino a casa, assicurandosi che la loro morte sia certa. Un giorno, però, nasce Alan, l’unico della famiglia che sembra avere un soffio di vitalità e felicità dentro di sé…

Il soggetto tratto dal romanzo di Jean Teulé, i titoli di testa e la colonna sonora promettono una commedia nera leggera, spensierata, capace di scherzare in modo audace ma gradevole sul suicidio e sui guadagni che la Maison Tuvache ci costruisce sopra. Lo stesso regista sembra convinto della propria scelta di adattare la storia per il cinema, aggiungendo però che un musical d’animazione sarebbe stato l’unico modo in cui avrebbe potuto farlo. «Con l’animazione» spiega infatti Leconte «puoi essere in un altro luogo, un mondo non convenzionale […] pieno di cose bizzarre e fuori dall’usuale. […] L’unione di musica e animazione ti lascia una grande libertà: le sbavature vengono rese più accettabili». Anche alcune svolte narrative, possiamo aggiungere, sono più tollerabili e si possono far rientrare nel disegno generale della storia, quando non sarebbero state accettabili con degli attori in carne e ossa. La bottega nei suicidi, però, contiene alcune di queste sbavature che stridono parecchio anche dietro la cortina fumogena del cartone animato: tutte presenti dopo che il neonato Alan acquisisce più importanza nella storia. Dapprima s’insinua nelle vite dei genitori e dei fratelli con un’invadenza ancora tollerabile, ma il suo obiettivo è modificare radicalmente la filosofia della sua famiglia. La vita, e non la morte o il mantenimento della bottega familiare, dev’essere al centro dei loro pensieri.

Tacendo l’esito della crociata di Alan, diremo che il romanzo ha un finale diverso e che tutto quello che succede nel film, da circa 3/4 della sua durata fino alla fine, sono eventi che rotolano da un precipizio: tutto succede troppo in fretta, come se l’autore fosse rimasto a corto di idee e non vedesse l’ora di concludere la vicenda. Un’ultima domanda senza risposta riguarda la sequenza in cui Marilyn balla nuda nella sua stanza, con tutto quello che l’accompagna: perchè?

Ho già pubblicato quest’articolo su Cinema4Stelle.

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