I tre usi del coltello – David Mamet, 1991

I tre usi del coltello, come dice Huddie Ledbetter per bocca di David Mamet, sono:
– tagliare il pane, cosi avrai la forza di lavorare
– raderti, cosi ti fai bello per la tua innamorata
– strapparle via quel cuore bugiardo, quando la scopri con un altro.

Il succo è che il coltello è uno strumento indispensabile, quello che fa andare avanti la vita e la storia di quest’amante un po’ geloso. È il mezzo che drammatizza le sue azioni e dà loro l’ironia perché tutto sia avvincente, ma da solo non basterebbe a tagliare, radere e strappare via il cuore. C’è sempre l’uomo che coscientemente, raggiunge – o ci prova – il suo obiettivo; si adatta alle circostanze, com’è nella natura dell’uomo, o cerca di modificarle.

Mamet non si stanca mai di ripetere che è la volontà del protagonista che genera il dramma, la tragedia. Perchè l’Edipo Re è così avvincente e straziante? Perchè Edipo esercita la sua volontà, prova in tutti i modi a cambiare il futuro scritto per lui. Non ci riesce, ed ecco la tragedia, ma il suo desiderio è un fuoco inesauribile sul suo obiettivo. Se avesse considerato razionalmente la sua situazione, forse, Edipo avrebbe intuito che si stava cacciando in un vicolo cieco, un bel tuffo nel Malestrom. Il guaio del dramma, però, è che fa appello alla mente inconscia, sia del personaggio che dello spettatore che del suo autore. Altre speculazioni o seghe mentali che secondo Mamet nascono in moltissimi altri sceneggiatori, drammaturghi, registi, produttori, sono inutili.

L’azione drammatica è molto più semplice di quello che sembra ed è costituita da pochi elementi fondamentali: personaggio, obiettivo, ostacolo, adattamento. Niente premesse, biografie del personaggio o giustificazioni del suo comportamento: se non è scritto sul copione, non esiste. L’abilità dello scrittore, poi, è quella di giocare con i suoi elementi e combinarli nella sequenza di eventi più necessaria possibile. Solo a posteriori potremo essere in grado di ricostruire lo schema secondo cui ha agito il personaggio, ma sarà uno schema generato da noi spettatori: non spiegato dall’autore nel corso del dramma per paura di non essere capito, di non essere abbastanza chiaro, di non aver portato il cucchiaio di omogeneizzato dritto nella gola del bambino. Gli spettatori hanno bisogno di azione, non di informazione. E anche gli autori sono spettatori.

Un discorso analogo vale per gli attori. Sintetizzando, secondo Mamet dovrebbero solo recitare le battute e non preoccuparsi delle tante fregnacce che distribuiva Stanislavskij: entrare nel personaggio, forzarsi a rivivere traumi, memorie emotive… C’è un foglio. Ci sono le battute. C’è la preparazione, fisica, che un attore deve avere: è sufficiente essere sinceri e sparare con precisione questi colpi per compiacere la propria coscienza e il proprio pubblico. Il regista, che è un’estensione dello sceneggiatore, rifinisce tutto in modo da rendere invisibile il lavoro tecnico. Deve piazzare la cinepresa chiedendosi: «di che parla questa storia?» in modo da riprendere tutto e solo il necessario.

Il regista è un’appendice dello scrittore, sostiene Mamet, perchè quello che ha a disposizione sono solo le scene scritte – e poi girate – che dovrà infine giustapporre nel montaggio per raccontare la sua storia. Scene neutre, non enfatizzate, che generano un senso quando si affiancano. Eizensteijn e tutto il cinema muto sono il suo modello, perchè i dialoghi sono un optional.

I tre usi del coltello è un libro magnetico, con qualche piccola contraddizione, ma l’autore ha il merito di essere sempre sincero. Può essere difficile, per un drammaturgo che si guadagna da vivere solo scrivendo. Quello che a Mamet interessa far capire a chi legge, però, è che non è giusto inseguire un successo che non corrisponde al lavoro serio e autentico ma che è solo compiacere un produttore, facendosi giudicare da persone che in fondo si disprezzano. I veri produttori sono gli spettatori. Una volta, forse, erano più esigenti.

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