7 Psicopatici – Martin McDanagh

Il mio cagnolino! Ridammi il mio cagnlino!”

C’era una volta Marty (Colin Farrel), uno sceneggiatore alcolizzato e quindi irlandese (o irlandese, quindi alcolizzato) che tenta di scrivere una storia di cui ha solo il titolo, per il momento: 7 Psicopatici. Ruba idee qua e là, il suo amico Billy (Sam Rockwell) gli racconta qualche storia e qualche fatto di cronaca sperando di poter scrivere insieme a lui. Nel frattempo, lo stesso Billy e il suo complice Hans (Christopher Walken) rapiscono cani per poi restituirli ai facoltosi padroni e ottenere le ricompense. Hans, coinvolto anch’egli nella scrittura della sceneggiatura di Marty suo malgrado, gli dà il suo parere: le sue donne non funzionano, non dicono una parola e muoiono subito. “È un mondo duro per le donne, è quello che ho cercato di dire” risponde Billy.

Quello delle donne pare essere l’unico difetto del vero film, di cui non si sente la mancanza se si prova a immaginare che non siano mai esistite. Non sono necessarie alla storia, molto complessa e apparentemente senza un motore che muova l’azione. Il motore, invece, c’è: ci si accorge subito che gli psicopatici non sono quelli del film in abyme, e che forse ognuno di noi assomiglia anche in una minima parte a uno o a ciascuno di loro. Chi va in giro con un coniglio (Zachariah – Tom Waits), chi uccide solo una categoria ben specificata di mafiosi e lascia accanto ai cadaveri un jack di quadri. Ognuno di loro dà lentamente forma al proprio bisogno, chiaro – pur nel suo essere grottesco – alla fine della storia; ognuno di loro è ben caratterizzato dalle proprie battute divertenti, surreali e predominanti sull’azione, ridicolizzata nei suoi eccessi da film sparatutto; ognuno di loro dà vita a un mondo in cui niente è descritto in maniera da togliere allo spettatore il piacere della scoperta, ma che riesce anzi a regalargli un’ultima sorpresa anche dopo i titoli di coda: meglio non alzarsi appena cominciano a scorrere.

7 Psicopatici, come molti altri film usciti quest’anno (Killer Joe e Argo in particolare) mischia nel limbo del surreale la tragedia e la commedia, come in un budino al caramello: il dolce predomina, ma si sente anche l’amaro del bruciacchiato in cima.

Ho già pubblicato quest’articolo su Cinema4Stelle

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