Un’estate da giganti – Bouli Lanners, 2012

Cosa succede quando Zak e Seth, due fratelli che trascorrono le vacanze estive in una casa in campagna abbandonati dalla madre al lavoro (e da quasi ogni altra forma di vita) si annoiano? Fumano erba; conoscono Dany, un altro ragazzo come loro lasciato a se stesso. Poi affittano la casa e gironzolano per la campagna, dimostrandosi a vicenda di bastarsi: un condensato di quello che significa l’adolescenza, dove spesso l’odio generalizzato per il mondo è ingiustificato. Ma non è questo il caso.

Un’estate da giganti (Les Géants) assomiglia molto a un road movie, ma per essere pignoli lo si potrebbe chiamare river movie: il fiume affascina molto il regista e co-sceneggiatore Bouli Lanners, come ammette egli stesso, ed è una metafora che rappresenta alla perfezione il percorso senza meta dei tre ragazzi, lasciati alla deriva e costretti con le sole proprie forze a non affondare. Ci riescono e trascinano nell’avventura anche lo spettatore, che può dirsi soddisfatto, coinvolto e a tratti divertito dalla storia, nonostante la narrazione abbia un ritmo lento e sincopato. Questa calma, questa rarefazione sono adatte al soggetto e soprattutto all’ambiente in cui si svolge la storia, la natura che ospita in sé qualche insediamento umano ma ne rimane sempre al di sopra, attestando continuamente la propria supremazia e spingendo i ragazzi ad adattarsi; dando loro la spinta per costruire un rapporto in una porzione di mondo apparentemente senza regole sociali, ma solo perchè non rappresentano dei ritmi codificati come quelli di una città. L’andamento della vicenda lascia poi spazio alla riflessione e permette di ammirare il talento degli attori, giovanissimi. Zacharie Chasseriaud (Zak) in particolare ha un repertorio espressivo molto intenso ma non troppo carico, adatto insomma a quello di un suo coetaneo: la sua interpretazione gli è valsa il Bayard D’or per il miglior attore al Festival International du Film de Namur.

È possibile percepire un pizzico di nostalgia in Un’estate da giganti, per l’incoscienza che l’adolescenza porta con sé e che spesso si perde: la conclusione sembra suggerire che conservarla può condurre a un lieto fine.

Ho già pubblicato quest’articolo su Cinema4stelle

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