Il matrimonio che vorrei (Hope Springs) – David Frankel, 2012

Un’attempata coppia decide di andare da un terapeuta che dovrebbe aiutarli a ritrovare l’intimità che hanno perso. Tra la loro casa, la camera d’albergo affittata nella cittadina dove c’è lo studio del dottore e lo stesso studio, il rapporto tra i coniugi Kay e Arnold subisce un po’ di scosse che ne mettono alla prova la stabilità dopo 31 anni. Hope Springs, tradotto – perchè? – col titolo Il matrimonio che vorrei, non è una commedia romantica con Julia Roberts, Rupert Everett o Hugh Grant, e non c’è nemmeno Cameron Diaz. E il dottore non s’innamora della moglie, o del marito. Ci sono però Maryl Streep (Kay), Tommy Lee Jones (Arnold) e Steve Carrel, perfettamente a suo agio nel ruolo del terapeuta che solo al guardare la sua foto, sulla copertina del suo libro, suscita un riso sincero senza alcuna fatica.

I pregi di questo film, che nel complesso è una commedia frizzante e leggera, risiedono soprattutto nelle interpretazioni degli attori: rimanendo quasi sempre in due per un centinaio di minuti reggono il peso della storia, quando parlano e quando rimangono in silenzio. Riescono a caratterizzare bene i propri personaggi e a far sembrare realistico ma divertente il loro imbarazzo, i loro continui tentativi di avvicinarsi e allontanarsi: Kay è una moglie stufa che il suo matrimonio si sia ridotto a una convivenza cortese ma fredda tra estranei, e trova finalmente il coraggio di esporre il problema al marito. Arnold, invece, del problema sembra non curarsi o è solo troppo orgoglioso per ammetterlo, ma se il regalo più intimo che riesce a fare alla moglie è uno scaldabagno o il rinnovo della tv via cavo, qualcosa che non va c’è davvero. Viene da chiedersi se siano dettagli decisi in sceneggiatura o, più probabilmente – ma è solo un’opinione personale – siano sale aggiunto dagli interpreti. Steve Carrel, dal canto suo, è ben riuscito nel ruolo di terapeuta spesso irritante: a nessuno fa piacere vedere analizzati con molta semplicità i propri problemi di coppia e restare calmo, educato, ma proprio l’insieme di flemma e decisione è uno degli stimoli che la coppia ha per cambiare.

I difetti purtroppo inevitabili di una commedia – quasi romantica – americana, e non è per essere razzisti o deterministi ma solo basarsi su una considerazione statistica, sono tutti raccolti dal rischio di presentare un bel compitino scolastico ma niente di più. Il ritmo è un po’ lento, soprattutto a causa dei 3 soli ambienti in cui tutto succede, e talvolta si ha la sensazione che il film si riduca a un’alternanza tra scuola, compiti a casa, verifica in classe. E quando i compiti diventano esercizi dalla carica più o meno erotica, e sfociano in un tentativo di rapporto sessuale che imbarazza un po’, ridere diventa anche troppo facile. Bisogna anche dire che, però, l’argomento in questione non è stato oggetto di derisione o di psicanalisi spicciola e il film rimane carino, nonostante i difetti. Il finale è la scena più divertente del film, non perchè sia spiritosissimo in sé ma perchè si raccoglie qualcosa di quello che si è seminato prima. Meglio sorvolare sulle scene che accompagnano i titoli di coda.

Ho già pubblicato quest’articolo per Intothemovie.

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