Pearl Jam Twenty – Cameron Crowe

Circa un anno fa e solo per un giorno, il 20 settembre 2011, usciva Pearl Jam – Twenty, regalo d’anniversario che Cameron Crowe (Almost Famous) dedica alla band. Ne ripropongo la recensione, già uscita per Cinema4stelle, per chi se la fosse persa e per chi ama i Pearl Jam almeno la metà di quanto piacciono a me.

“This is not a tv studio, Josh! It’s a rock concert!”

A vedere i primi concerti dei Pearl Jam non s’immagina che Eddie Vedder fosse un ragazzo timidissimo, sempre a disagio sul palco: incapace di guardare negli occhi il pubblico o i giornalisti che lo intervistano. Durante il loro primo concerto davanti a una fiumana di persone, al Lollapalooza, Eddie scatta una foto alla folla e poi la mostra a un giornalista, alla fine del concerto. Questi gli chiede se fosse emozionato, sul palco: per forza, gli risponde. Non hanno mai suonato davanti a tutta gente, continua, avvicinandogli le polaroid appena scattate.

Il successo immediato e strepitoso che li sommerge, i Pearl Jam non se l’aspettano e non lo cercano, soprattutto Eddie: ultimo arrivato nel gruppo, avrebbe sempre suonato nei pub in giro per la città, sempre viaggiato in un furgone, per rimanere in un ambiente intimo e confortevole. Il contatto stretto con la gente che evidentemente ama, e un pizzico di follia, lo fa agire come in trance: si arrampica per le impalcature e si lancia sul pubblico in delirio. Quando il concerto finisce, poi, torna alla tranquillità che lo contraddistingue, che emerge anche dalle interviste girate per il documentario: un collage di nostalgia, storia, ricordi piacevoli e neri, tutti incorniciati dalla materia prima che plasma i personaggi. La musica.

La voglia dei Pearl Jam di suonare dal vivo e non farsi assorbire dalla burocrazia e dalla commercialità del successo è la stessa che permeava l’ambiente grunge in cui sono cresciuti loro, i Nirvana, Chris Cornell, quasi un mentore per Eddie. Sono bravi, spontanei, credono ciecamente in quello che fanno e si assumono la responsabilità di quello che dicono: non proprio lo stereotipo della rockstar. Memorabile è la loro battaglia contro il gigante Ticketmaster perché abbassasse i prezzi dei biglietti: sono stati ragazzi squattrinati anche loro e non vogliono che i loro fan non possano seguirli. Per dirla con Jeff Ament (il bassista), non vogliono diventare quello che hanno sempre odiato: qualcuno che si vota al successo dimenticando le proprie origini, concedendo interviste al Time senza pensare che quello che sta facendo è arte, la traduzione di un emozione in un linguaggio accessibile a tutti. La musica.

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