Il conformista – Bernardo Bertolucci, 1970

Sappiamo che non si giudica un film dai premi che ha vinto ma talvolta le giurie centrano il bersaglio, soprattutto se non sono quelle di Hollywood. Il conformista (Bernardo Bertolucci) ha vinto tutto: David di Donatello, Sutherland Trophy al British Film Institute Festival, nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e al Golden Globe per il miglior film straniero in lingua straniera, candidatura al Leone d’oro al Festival di Berlino, eccetera. Capisco il perchè e non posso negargli la lettera C della rubrica ABCinema-12cin3ma, alla terza recensione del primo giro.

Il conformista, che è riuscito a impressionare così tanti festival così diversi tra loro, racconta di un professore di filosofia, Marcello, promesso sposo di una borghese un po’ frivola. Deciso a costruirsi la sua vita normale, banale, conformista, intraprende una serie di azioni in contrasto profondo con questa sua vocazione. Entra in principio nell’OVRA, l’Organizzazione Volontari per la Repressione dell’Antifascismo, senza però esserne fermamente convinto o senza avere il pretesto del denaro a spingerlo, come si chiede anche il funzionario che lo recluta. La recitazione (eccezion fatta per Stefania Sandrelli, tanto carina ma troppo sopra le righe persino per il personaggio che interpreta) e la messa in scena confermano quest’assunto di base e ragalano alcuni momenti memorabili, uno dei quali è una delizia visiva e concettuale. Nel momento in cui Marcello, parlando col suo vecchio professore di filosofia antifascista, si rammarica di essere invece diventato fascista, la sua ombra scompare dal muro su cui era proiettata fino a un attimo prima. L’ombra sparisce perchè il professore chiude le ante della finestra, ma è lo stesso fascismo di Marcello che sbiadisce insieme con lei. «Un fascista convinto non parla così», lo rimprovera il professore, che forse sa già che sorte lo aspetta ma che prima cerca di ricordare chi era veramente Marcello e perchè è venuto in Francia a trovarlo.

Metafora non solo del buio che ha caratterizzato il fascismo, l’ombra sembra rappresentare anche le pulsioni contrastanti che incarnano i personaggi e che Bertolucci riproporrà nei suoi film, come l’omosessualità e l’erotismo. Merito della bellezza del film va anche dato alla fotografia (Vittorio Storaro) e al montaggio (Franco Arcalli), che foggiano il racconto dandogli una forma ben precisa, che trascina i personaggi tra passato e presente nella speranza di suggerire a ognuno la propria identità. Il finale è diverso dal quello del libro di Moravia, ma la soluzione di Bertolucci calza perfettamente con la storia e rivela in modo icastico la vera identità di Marcello, comunque seminata nel corso di tutto il film.

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