Woody Allen. A documentary – Robert B. Weide

“Salì sul palco e faceva ridere: era Woody Allen”.

La comicità di Woody Allen non piace a molti. Non perchè sia roba da intellettuali (intellettualoidi) o perchè sia sconcia: è solo un po’ demenziale, autoironica e spesso non adatta a essere compresa e consumata immediatamente. Il suo personaggio si è stratificato nel tempo: Woody Allen – A Documentary racconta, con la stessa ironia del suo soggetto, proprio la nascita dello scrittore, il debutto del comico, l’esordio da regista e la serie interminabile di film che hanno riempito la sua vita. Come il regista stesso afferma, infatti, non sa stare lontano dal set; salvo poi volersi sbrigare a girare tutte le scene per tornare a casa e guardarsi la partita di basket sul divano.

Woody Allen, al secolo Allen Stewart Königsberg, è un bambino irrequieto che incontra presto la depressione e la sua non-accettazione della morte, filtrata dalla comicità con cui la ricorda. La sua verve corrosiva gli frutta un precoce lavoro come scrittore di battute, motivo per cui si sceglie lo pseudonimo di Woody Allen: “Volevo conservare Allen e ci ho messo davanti la prima cosa che mi è venuta in mente”. Da ghostwriter a comico che recita i suoi testi il passo è breve ma doloroso: Woody non ama stare sul palco, in principio, e – per una volta seriamente – dice che vomita prima di ogni spettacolo. Un giorno, però, come testimoniano alcuni tra i suoi amici o tra le persone che ha incontrato in tv, “salì sul palco e faceva ridere: era Woody”. Ogni testimone stabile o di passaggio nella sua vita ricorda com’era o com’è lavorare con lui, molto permissivo con gli attori ma non per questo senza idee chiarissime; divertente e amorevole, come racconta per esempio Diane Keaton. Lavoratore instancabile soprattutto: “Ho sposato la teoria della quantità. Se faccio tanti film, prima o poi ne uscirà uno buono!”.

Seguendo un ordine soprattutto cronologico, ma non negandosi balzi temporali sempre opportuni e con un ottimo tempismo, Woody Allen – A Documentary mostra molto del lavoro del regista e poco della sua vita privata, senza lacrime inutili o retorica: sarebbe stato il colmo, con un protagonista così. Si concede di entrare in una stanza da letto solo quando Allen mostra come nascono le idee per i suoi film, sparse su mozziconi di fogli scritti a mano, poi a macchina e spillati in collage improbabili. Quando si giunge alla separazione da Mia Farrow, poi, il tono diventa serio ma sobrio, limitandosi a una cronaca dei fatti senza facili giudizi e senza prendere il sopravvento su quanto raccontato prima: decenni di carriera, quasi sempre in prima fila.

Ho già pubblicato quest’articolo su Cinema4stelle.

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