C’era una volta in Anatolia – Nuri Bilge Ceylan, 2011

C’era una volta… zzz…

Noioso, stremante, annacquato sono gli aggettivi più adatti per questo film, Grand Prix al Festival di Cannes 2011: guardandolo, per ben 157′, si ha l’impressione che il regista abbia voluto sfidare lo spettatore (perchè mai?) in una maratona senza nemmeno dargli dell’acqua; in una gara di sci di fondo senza neve sul terreno; in una partita di ping pong in mezzo a una tromba d’aria: non c’e speranza di uscirne vincenti, e spesso nemmeno di uscirne vivi.

La sinossi del film allegata al materiale per la stampa recita: “Nel cuore delle steppe dell’Anatolia, un assassino cera di condurre una squadra di poliziotti verso il luogo dove ha seppellito il corpo della sua vittima”. “Interessante!” rispondiamo noi. “Nel corso di questo viaggio, vengono pian piano alla luce gli indizi di ciò che è realmente accaduto”. Ma non basta una trama accattivante a ingannare il pregiudizio: ci si mette anche il titolo, e uno spettatore medio sente che una storia del genere promette bene; un cinefilo e magari lettore appassionato si illude, pensa che assisterà a un incrocio tra On the road di Kerouac e uno spaghetti western – forse kebab western sarebbe più appropriato. Non è così, e già dalle intenzioni che il regista confessa in un’intervista lo si evince. Domanda: “Lei è consapevole del fatto che la prima parte del racconto possa mettere a dura prova gli spettatori?“. Risposta: “Certo. Voglio che gli spettatori provino le stesse sensazioni dei personaggi. […] Gli scrittori godono di molta più libertà e possono scrivere un romanzo di 50 pagine come di 500. Invidio questa libertà e volevo sfuggire alla regola imposta dall’industria. Questo può scoraggiare una parte del pubblico, ma può anche affascinarne un’altra“.

Ferme restando le scelte ponderate e legittime di chiunque faccia un film, noi siamo qui per esprimere il nostro giudizio e, in questo caso, sconsigliare la visione di C’era una volta in Anatolia. Se è vero che il cinema è intrattenimento di massa, che sa anche diventare arte senza per questo escludere il grande pubblico – non sono solo i blockbuster e i cinepanettoni ad incassare molto – questo film scivola fuori dal concetto di cinema in quello di esperimento da mostrare a una nicchia di critici compiacenti o amici con gli stessi gusti dell’autore. Noi amiamo il cinema, da I 400 colpi a Blade Runner a L’armata Brancaleone: possiamo azzardarci a chiamarli arte cinematografica, ma non oseremmo mai dire che sono noiosi.

Ho già pubblicato questo articolo su Cinema4Stelle.

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