Gangs of New York – Martin Scorsese, 2002

“Devi trovare… il mostro … che ha ucciso questo povero… piccolo coniglietto”

La seconda lettera estratta per la sezione ABCinema – 12cin3ma è la G, come Gangs of New York (Martin Scorsese, 2002). Dico estratta solo per convenzione, perchè era molto tempo che volevo vedere questo film e recensirlo: l’ho comprato almeno un mese fa e l’avevo incluso nella lista degli imprescindibili almeno un paio d’anni prima, e così ho ingenuamente estratto la lettera G dal mio cestino. Gangs of New York è senza dubbio una storia high-concept, un’americanata se volessimo usare un dispregiativo: un bambino, che ha assistito all’omicidio del padre e trascorso l’adolescenza in un riformatorio, torna da uomo per regolare i conti con il suo assassino in una battaglia fisica e rituale e precisamente codificata. Il premio per il vincitore è la città di New York. Ma non voglio usarlo, il dispregiativo, perchè è un film bellissimo e mi sento di dirlo dopo averlo visto anche solo una volta. Anche dopo aver sentito parlare per 5 secondi (in inglese, per fortuna) Daniel Day Lewis / Il Macellaio.

Ogni aspetto mostra una perizia tecnica e un impegno altissimi, accuratamente subordinati alla storia e per questo godibili, sia a livello inconscio che all’attenzione consapevole, magari sviluppata a forza di guardare capolavori. Partendo dalla sceneggiatura, molto lunga e complessa ma non faticosa da subire, si nota una progressione del racconto che non potrebbe essere più classica ma che è avvincente, spesso imprevedibile. La scelta di mostrare l’antefatto nei primi minuti anzichè lasciarlo solo intuire o emergere poco alla volta, se da una parte svela le intenzioni del proatgonista dall’altra ci costringe a una suspense e un’apprensione costanti perchè gioca sul carattere del ragazzo, chiamato – non a caso – Amsterdam: è faticoso tramare una vendetta così a lungo e cosi nascosti senza mostrare, o quasi senza mostrare, segni di cedimento. Non è un caso, quindi, che tra le firme ci sia quella di Steve Zaillan, presente in vari film da ricordare, che siano classici come Schindler’s List o recenti come Moneyball. Questa struttura di ferro è sorretta da un accompagnamento e da un commento musicali forse troppo convenzionali, ma senza dubbio efficaci, e soprattutto da una messa in scena maestosa, accuratissima nella ricostruzione verosimile dell’atmosfera dell’epoca (non sono così competente sulla storia d’America da notare degli errori a una prima visione) e nella creazione di scene affollate, ambienti pieni di persone e punti d’attenzione che restituiscono il clima febbrile in cui nasceva una città, cambiava la vita di un popolo e di tanti singoli. Attraverso le vicende dei singoli, infatti, come recita il sottotitolo America was born in the streets, e come direbbe anche Bruce Springsteen, si scrivono le grandi pagine della Storia.

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