Texas Killing Fields – Ami Canaan Mann, 2011

TKF è tratto da una storia vera

Non è un gran complimento per una regista esordiente essere scambiata per suo padre, perché vorrebbe dire che non ha abbastanza personalità per emanciparsi dalla sua ombra. Non è un gran complimento ma è stata la prima cosa che è saltata all’occhio, forse a causa dell’influenza e di qualche pregiudizio che si forma, inevitabilmente, una volta letto il cognome. La regista in questione è Ami Canaan Mann, figlia di Michael Mann.

Il titolo Le paludi della morte suggerisce un horror di serie Z ma, almeno una volta, è la traduzione quasi letterale dell’originale Texas Killing Fields – sempre meglio di un fantomatico Le paludi assassine, Fango-Killer o Morte nella palude. È un poliziesco (è pur sempre un film prodotto da Michael Mann) e racconta la storia di Brian e Mike, due detective che lavorano inizialmente su un caso di omicidio quando vengono coinvolti in un’altra indagine che li porta fuori dalla loro giurisdizione, nel territorio delle paludi. Brian è il padre di famiglia che tutti vorrebbero avere, di quelli che prega di fronte ad ogni cadavere – e per un detective non è poco -; Mike è aggressivo, quasi la sua posizione di difensore della legge glielo consentisse di diritto, e fa di tutto per convincere Brian a non farla fuori dal vaso: è di New York, non conosce il Texas e non ha la minima idea di quello cui va incontro. Nemmeno noi spettatori ce l’abbiamo, perché la storia si svolge senza che si possano stabilire da subito evidenti connessioni tra quello che succede. Una connessione però dev’esserci e ce la si aspetta, e sembra pure che arrivi al momento giusto: quello in cui i due buddies sembrano non riuscire più a gestire né le tragedie che si consumano tra le loro mani impotenti, né il loro rapporto professionale, venato di questioni personali che complicano ulteriormente la loro caccia. Dove si annida, allora, lo zampino di Mann padre, di cui si parlava in principio? Nei movimenti di macchina, quasi sempre a spalla o steadycam; nei piani ravvicinati e quasi mai simmetrici; nelle scene d’azione spettacolari e nelle lunghe sparatorie, ad esempio; nello scavo psicologico, che forse poteva essere più raffinato ma risente comunque di una buona distribuzione delle informazioni lungo tutto l’arco della storia, tranne che per un personaggio, di cui si tacerà l’identità per ovvi motivi di curiosità.

Quella stessa curiosità non rimane però così stimolata o strapazzata nel climax della vicenda, e ci fa sospirare “l’avevo capito…”. Non è una narrazione forte Le paludi della morte, nella forma e nella sostanza della storia, per usare una distinzione senza troppo senso ma che semplifica molto la comprensione; poteva però essere meno auto-spoiler. Un pregio, stavolta da imputare alle scelte di distribuzione: la proiezione in lingua originale, sottotitolata.

Ho già pubblicato questa recensione su Cinema4Stelle.it

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