Mare Chiuso – Daniele Segre, Stefano Liberti, 2012

“Alcuni facevano finta di non conoscere l’inglese”.

Il mare chiuso di cui si parla, il mediterraneo, è stato tra i più aperti e frequentati nella storia, teatro di guerre e commerci fin da quando l’uomo ha imparato a navigare. Chiuso, però, non è sinonimo di rassicurante o accogliente. Non è una casa che protegge chi la abita, ma può trasformarsi in un cimitero mobile che culla e mischia distratto i suoi cadaveri.

Mare Chiuso è un documentario che ribadisce la verità sulla politica dei respingimenti degli immigrati africani da parte dell’Italia. Partiti negli ultimi 6 o 7 anni da Tripoli, uomini e donne in maggioranza libici o eritrei hanno offerto le loro testimonianze di sopravvissuti a quei viaggi della speranza, raccontando delle condizioni disumane alle quali sono stati costretti per raggiungere l’Italia. Partono sempre in cerca di lavoro e di un futuro lontano dal loro paese, che vuol dire guerra e malattie. L’Italia è un miraggio, la destinazione ideale, quando non è un ponte per l’Europa del Nord. I loro viaggi cominciano col procurarsi i soldi per viaggiare su barche inaffidabili condotte da persone inaffidabili, e il loro primo pensiero è quello di non morire prima di toccare terra. È sorprendente, però, vedere come abbiano la forza di pregare e cantare per allontanare lo sconforto, farsi coraggio e consolare anche chi è nelle peggiori condizioni, come le donne incinte – anche di 9 mesi. Non tutti riescono a salire, e capita che marito e moglie debbano separarsi e non sapere quando e se mai si rivedranno. Arrivano in Italia, con gli elicotteri che lanciano loro acqua e biscotti ma spesso non tornano a soccorrerli. Se riescono a sbarcare o sono recuperati dai militari, potrebbe cominciare un secondo incubo. C’è chi, tra i soldati, finge di non saper parlare inglese; chi decide di picchiarli o legarli e rispedirli in Libia, senza la minima spiegazione e senza un briciolo di compassione. Tra i profughi, c’è chi decide di buttarsi in mare, legato, piuttosto che tornare nel suo paese.

Qualcuno tra loro, però, è anche riuscito a procurarsi un avvocato e ingaggiare una battaglia per denunciare il trattamento che ha ricevuto, sperando in un responso ragionevole da parte della Corte Europea…

Ho già pubblicato questa recensione su Cinema4stelle.it

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